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Sportnet
4 Indiscreto
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Calcio e comunicazione,
facciamo gli americani solo quando conviene - 6 febbraio
C'è grande fermento intorno al calcio: c'è aria
di riforma per i campionati. Da Federazione e Lega arrivano
proposte e provocazioni. La fonte di ispirazione per ogni idea
o novità sembra essere comunque lo sport
professionistico americano. Si vogliono replicare
l'organizzazione territoriale delle squadre, il salary cap, il
sistema delle scelte degli atleti più giovani, ecc..
Dimenticandosi che la realtà italiana, come quella
europea, è molto diversa da quella d'oltre oceano.
C'è qualcosa, però, che potrebbe essere
utilizzato quantomeno come modello: la comunicazione. Visto
che ormai tutti si riempiono la bocca di concetti quali: 'Il
calcio non è più un gioco, ma un business',
perché non cercare di imitare il meglio dai maestri
dell'abbinamento business-comunicazione? L'argomento è
vastissimo e sarebbe impossibile esaurirlo in poche righe. Ci
teniamo, però, a raccontare, almeno in parte, quello
che succede nel nostro paese per far capire quanto siamo
ancora lontani da un modello che in questi anni ha dimostrato
a sua validità.
Cominciamo dal dopo-gara. Negli States al termine di ogni
incontro (football, pallacanestro, baseball, hockey,ecc.), la
stampa può accedere direttamente agli spogliatoi dopo
circa 15-20 minuti dal fischio finale. C'è la
possibilità di intervistare chiunque, dal campione alla
riserva. E chi si rifiuta di parlare viene multato. Ovviamente
nessun allenatore può evitare di presenziare alla
conferenza stampa. In Italia i tecnici possono decidere di non
rispondere alle domande dei cronisti. E spesso questo capita
dopo una brutta sconfitta: chissà come mai ? I
giocatori, sovente, vengono controvoglia in sala stampa e
alcune squadre, addirittura, non ne inviano nessuno, limitando
il contatto con gli atleti ad una zona al di fuori degli
spogliatoi nella quale i giornalisti devono solo augurarsi che
qualcuno abbia l'educazione di fermarsi a rispondere a qualche
domanda: davvero un grande sforzo.
Silenzio stampa ? In America non sanno neanche cosa voglia
dire. In Italia viene indetto sempre come dispetto per i
giornalisti colpevoli di eccedere nelle polemiche,
dimenticandosi che i giornali escono comunque, anche senza
dichiarazione dei protagonisti e che il danno è per i
tifosi che, invece, vorrebbero leggere o ascoltare le parole
dei propri campioni. E' la passione dei tifosi che produce
denaro. E allora coltiviamola. Ogni giorno le squadre di
vertice mandano un giocatore in conferenza stampa. Spesso la
scelta non tiene conto dell'attualità, ma si tende a
preferire chi solitamente esprime solo concetti banali o chi
si tiene lontano da qualsiasi polemica. Le accuse verso un
certo tipo di giornalismo non sono campate per aria. Esistono
personaggi che, a costo di dare una 'notizia', forzano
dichiarazioni o peggio. Ma, per quanto ci riguarda, è
molto frustrante tirare fuori un pezzo interessante basato su
concetti quali: 'da qui a fine stagione ci aspettano solo
finali', 'non esistono più partite facili', 'l'importante
è lavorare e farsi trovare pronti'. Ormai, tra gli
addetti ai lavori, quasi nessuno si permette di esprimere
giudizi e l'obiettivo è il controllo e la misura di
ogni tipo di dichiarazione.
Solo alcuni anni fa, nei ritiri delle grandi squadre i
contatti con i giocatori erano molto più semplici e
frequenti. C'erano quelli che avevano voglia di parlare e
quelli che preferivano non avere contatti con la stampa. Il
risultato era articoli o servizi differenti per ogni
quotidiano o rete televisiva. Oggi si erigono muri, si creano
uscite separate, si tengono chiusi alla stampa i campi di
allenamento e il risultato sono i molti pezzi in fotocopia. Ma
c'è ancora qualcuno che resiste a questo fenomeno: sono
i più 'fortunati', che, grazie ad amicizie varie,
riescono ad avere le interviste in esclusiva con il campione
del momento. Ma perché questa possibilità non viene
data a tutti ?
Pietro Guadagno |
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